Costellazione d’arte”, è il progetto di arte contemporanea di Planeta, nato da un’idea di Valentina Bruschi, Vito Planeta e Ignazio Mortellaro, un percorso che fonde la bellezza del paesaggio siciliano con la creatività di rinomati artisti nazionali e internazionali, creando un’esperienza immersiva che celebra l’interazione tra arte e natura.

‘Costellazione d’arte’, is Planeta’s contemporary art project: from an idea by Valentina Bruschi, Vito Planeta and Ignazio Mortellaro, an itinerary that unites the beauty of the Sicilian landscape with the creativity of notable national and international artists, forming an immersive experience that champions the interaction of art and nature.

Ignazio Mortellaro
Primo punto dell’Ariete, 2022

Acciaio Corten, fusione a cera persa in ottone / Cor-ten steel, lost-wax-method brass castings, dimensioni ambientali / site-specific dimensions.Courtesy l’artista e Fondazione Merz, Torino / Courtesy the artist and Fondazione Merz, Turin.

[IT]

L’opera dal titolo, Primo punto dell’Ariete, di Ignazio Mortellaro è una riflessione profonda sul tempo, lo spazio e l’interazione umana con il paesaggio naturale. Mortellaro, noto per il suo approccio interdisciplinare che fonde arte, scienza e filosofia, ha realizzato un’installazione che invita lo spettatore a considerare le coordinate geografiche e astronomiche come elementi fondamentali della nostra esistenza. Il lavoro è ispirato al simbolismo legato all’equinozio di Primavera, noto anche come “Primo Punto dell’Ariete” perché, quando il celebre astronomo greco Ipparco definì la sua posizione, questo punto si trovava a sud della stella Mesarthim (γ Arietis). Il corno d’ariete e il corno d’antilope fusi in ottone a cera persa – parte dell’opera – si trasformano in strumenti musicali sacri e rituali quando l’opera si attiva attraverso la performance in collaborazione con i due musicisti Gianni Gebbia e Roots in Heaven. Il loro suono è un inno al risveglio e alla rinascita che viene da un tempo profondo – afferma l’artista – e lo spazio esterno dove l’opera è installata diventa il luogo dove si codificano i riti con cui si rivelano i cicli della natura. In un momento storico come quello che stiamo vivendo, in cui tendiamo a rinchiuderci in un individualismo esasperato, a non riconoscerci più parte di una comunità, avendo dimenticato, chiusi nelle nostre città sempre troppo distanti dalla campagna, che il territorio è grande e ci nutre come una alma mater. La struttura principale dell’opera è composta da un’alta e radicale architettura realizzata in acciaio Corten: l’esile torre dalla quale vengono suonati i corni durante la performance. L’accesso alla sua sommità – riservato solo ai performer – è servito da un carro/scala, struttura appositamente disegnata come le antiche scale telescopiche utilizzate nelle chiese o nelle biblioteche. Uno strumento di lavoro funzionale ma anche un’icona, richiamando gli archetipi sacri del Carro Solare e della Scala. L’opera, realizzata dall’artista, prodotta dalla Fondazione Merz di Torino in occasione della mostra dal titolo “Nella natura come nella mente” con Mario Merz e Costas Varotsos nel parco archeologico di Segesta, e installata in comodato a Buonivini, è situata in un punto strategico della tenuta Planeta, dove il panorama naturale e le vigne si fondono con l’orizzonte. Qui, l’artista intende far riflettere i visitatori sulla loro posizione nel cosmo e sul rapporto con il territorio circostante. Primo punto dell’Ariete diventa così un luogo di contemplazione, dove l’arte permette di riconnettersi con le radici ancestrali dell’umanità e con il ritmo ciclico della natura.

[EN]

Ignazio Mortellaro’s Primo punto dell’Ariete (First Point of Ares) is a profound reflection on time, space and humanity’s interaction with the natural landscape. Mortellaro, known for an interdisciplinary practice that blends art, science and philosophy, has here created an installation that invites spectators to regard geographical and astronomical coordinates as fundamental elements of our existence. The work is inspired by symbolism linked to the vernal equinox, also known as the ‘First Point of Aries’, given that the famed Greek astronomer Hipparchus charted the point’s position while it lay south of the star Mesarthim (now γ Arietis). Primo punto dell’Ariete incorporates lost-wax casts in brass of a ram horn and an antelope horn, which transform into sacred and ceremonial musical instruments upon the work’s activation via collaborative performance with musicians Gianni Gebbia and Roots in Heaven. Their sound is a hymn to awakening and rebirth that hails from the depths of time, as the artist puts it, while the work’s installation in an outdoor setting creates a site for codifying the rituals through which nature’s cycles are revealed. In the historical moment that we are experiencing, we tend to seclude ourselves in a heightened individualism, no longer considering ourselves part of a community. Sealed in our cities that are always too far from the countryside, we forget the vastness of the landscape that sustains us like a nourishing mother. The work’s principal structure consists of a tall, stark construction in cor-ten steel: the slender tower from which the horns are sounded during performance. Access to its summit – reserved only for the performers – is by means of a ladder-cart deliberately designed to resemble the telescopic ladders historically used in churches or libraries. A functional working tool but also an icon recalling the sacred archetypes of the Solar Chariot and the Staircase. The work was created by Mortellaro with the support of Turin’s Fondazione Merz for the artist’s exhibition alongside Mario Merz and Costas Varotsos at Segesta Archaeological Park, Nella natura come nella mente (In Nature as in the Mind). It has been installed on loan at a strategic point in Planeta’s Buonivini estate, where the natural landscape and the vines fade into the horizon. Here the artist invites visitors to reflect on their place in the cosmos and on their relationship with the surrounding environment. Primo punto dell’Ariete thereby becomes a site of contemplation where art allows us to reconnect with humanity’s ancestral roots and with nature’s rhythmic cycles.

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Claire Fontaine
Patriarchy = CO2, 2020

Lettere tridimensionali a LED, struttura e supporto / Three-dimensional LED letters, supporting structure, 600 × 6580 × 250 mm. Courtesy the artist.

[IT]

L’opera dal titolo, Patriarchy = CO2, di Claire Fontaine è una potente dichiarazione concettuale che connette l’oppressione patriarcale con l’emergenza climatica. Claire Fontaine, un collettivo artistico noto per le sue provocatorie opere di arte concettuale, utilizza questo lavoro per sottolineare come le strutture di potere patriarcali contribuiscano significativamente alla crisi ambientale. L’equazione Patriarchy = CO2 suggerisce che il sistema patriarcale, con la sua insistenza sul dominio, l’estrazione e il consumo sfrenato di risorse, è una delle cause principali delle elevate emissioni di anidride carbonica e, quindi, del cambiamento climatico. L’opera, visiva e testuale, incoraggia una riflessione critica su come le dinamiche di potere e le disuguaglianze di genere influenzino l’approccio umano alla natura e all’ambiente. In questo modo, l’installazione non solo denuncia le ingiustizie socio-politiche, ma invita anche a un cambiamento radicale nel modo di pensare e agire per costruire una società più equa e sostenibile. Claire Fontaine infatti si occupa di temi politici, sociali e di femminismo e lo fa attraverso vari medium come video, scultura e neon. Le sue opere sono un manifesto e un invito a farsi domande, a interrogarsi, a mettere la realtà in discussione. L’artista (che uno pseudonimo che suona come il nome proprio di una donna francese proprio volendo deliberatamente creare l’equivoco, affinché le loro biografie non fossero direttamente associate alle opere, in modo da poter trasformare il lavoro in uno spazio di libertà) usa vari medium e rifiuta l’obbligo della riconoscibilità formale nel suo lavoro, che invece considera come una ricerca sperimentale in progress, un’esplorazione continua. Utilizza il video, la scultura, i testi luminosi spesso in neon, la pittura e la scrittura sia letteraria che saggistica. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo l’antologia Lo sciopero umano e l’arte di creare la libertà, Derive Approdi, 2017, tradotta in Francese per Diaphanes, 2019 e in inglese per Semiotext(e) i libri d’artista: con Some instructions for the sharing of private property, One Star Press, 2011 e Vivre, vaincre, Dilecta, 2009.

[EN]

Claire Fontaine’s work Patriarchy = CO2 is a potent conceptual declaration linking patriarchal oppression to the climate emergency. Claire Fontaine, an art collective known for her provocative conceptual works, uses this piece to highlight patriarchal power structures’ significant contribution to the environmental crisis. The equation Patriarchy = CO2 implies that the patriarchal system, with its insistent ethos of conquest and the forcible extraction and unbridled consumption of resources, is a principal cause of elevated carbon dioxide emissions and, therefore, climate change. Visual and textual, the work encourages critical reflection on the way in which power dynamics and gender inequalities influence humanity’s approach to nature and the environment. So doing, the installation not only denounces socio-political injustice but also encourages the radical change in thought and action required to build a more equitable and sustainable society. Indeed Claire Fontaine’s practice is concerned with such political, social and feminist themes, which she addresses through varied media including video, sculpture and neon. Her works are a manifesto and an invitation to pose questions, to examine ourselves and call our reality into question. The collective artist’s pseudonym, resembling a French woman’s name, fosters deliberate ambiguity and detaches her works from biography, transforming her practice into a liberated space. Using various media, she repudiates the obligation of a stylistic signature in work that she instead frames as an ongoing experimentation, a continuous exploration. She uses video, sculpture, illuminated (often neon) texts, painting and writing both literary and scholarly. Her publications include the anthology Lo sciopero umano e l’arte di creare la libertà (Derive Approdi, 2017), also translated into French (Diaphanes, 2019) and English (Semiotext(e), 2020). Her artist’s books include Some Instructions for the Sharing of Private Property (One Star Press, 2011) and Vivre, vaincre (Dilecta, 2009).

Emiliano Maggi
I Canzonieri, 2022

Trittico di sculture in ceramica e bronzo, triptych of ceramic and bronze sculptures, 2 sculture/sculptures 70 x Ø 40 cm, 1 scultura/sculpture 90 x Ø 45 cm.

[IT]

Il trittico si sculture di Emiliano Maggi è stato realizzato per Viaggio in Sicilia #7 (2021-2022) e presentato al pubblico in una mostra prodotta da Planeta in collaborazione con la Galleria Regionale della Sicilia – Palazzo Abatellis. In quella occasione e per la prima volta, il duo de I Canzoneri (Emiliano Maggi e Cosimo Damiano) hanno realizzato la loro ipnotica performance davanti al celebre affresco, Il Trionfo della Morte (1446) e l’anno successivo, in una continuazione ideale del loro dialogo creativo con la Sicilia, l’incanto si è ripetuto proprio a Buonivini nella performance dal titolo, Dilemma for a Starry Night.

La performance de, I Canzonieri, duo concepito e legato agli scritti di Al-Ballanubi, poeta altomedievale a metà tra Sicilia e mondo Islamico (1100), si collega alle opere scultoree che riflettono sul tema matematico del dilemma e sulla questione delle ambivalenze – temi centrali nella dialettica contemporanea – intese come prima e dopo, passato e futuro, giorno e notte. La ricerca di Emiliano Maggi si esprime attraverso diversi media, dalla pittura alla scultura, dalla fotografia alla performance, dalla danza alla composizione di suoni ed elementi musicali, con un’attenzione particolare all’antropologia culturale, all’iconografia e alla tradizione del mondo delle fiabe, dei film horror degli anni Settanta, della letteratura erotica e dell’immaginario rurale, dove la rappresentazione di corpi umani e animali talvolta si uniscono e si fondono senza distinzione di genere. Negli ultimi anni, la ceramica è diventata un linguaggio privilegiato per l’artista, dove l’utilizzo di una finitura lucida accresce la capacità di seduzione delle sue sculture che sembrano vibrare di luce. Spesso i suoi volti hanno fattezze soltanto appena accennate oppure l’artista si riferisce al corpo umano in maniera indiretta, attraverso vestiti o calzature scolpite o dipinte per affermare il valore dell’ambiguità. L’indeterminatezza tra maschile e femminile libera l’immaginazione verso una realtà anticonformista, più libera e plurale.

[EN]

Emiliano Maggi’s triptych of sculptures was created for Viaggio in Sicilia #9 (2021–2022) and presented to the public in an exhibition coordinated by Planeta in collaboration with the Palazzo Abatellis Galleria Regionale della Sicilia. For the occasion, the musical-artistic duo of I Canzonieri (Emiliano Maggi and Cosimo Damiano) debuted a hypnotic performance before the celebrated fresco Il Trionfo della Morte (The Triumph of Death, 1446). In an ideal continuation of their creative dialogue with Sicily, the incantation was repeated the following year at Buonivini in the performance entitled Dilemma for a Starry Night.

The Canzonieri partnership was conceived after and is attached to the writings of Al-Ballanubi, an early mediaeval poet bridging Sicily and the Islamic world (1100). Their Dilemma performance is related to Maggi’s sculptural works, which reflect on the quasi-mathematical theme of the dilemma and on the question of ambivalence: central themes for contemporary dialectics in the form of before and after, past and future, day and night. Emiliano Maggi’s practice runs a gamut of media: from painting to sculpture, from photography to performance, from dance to compositions of music and sound. He devotes particular attention to cultural anthropology, comparative iconography and fairy tale traditions, 1970s horror films, erotic literature and the rural visual imaginary, in which indeterminately-gendered representations of human and animal bodies unite and merge. In recent years, ceramic works have become a central vernacular for the artist. His use of a gloss finish heightens the seductive power of his sculptures, which seem to vibrate with light. Often the artist’s faces bear features only faintly sketched or he refers to the human body indirectly through sculpted or painted clothes or footwear, affirming the virtue of ambiguity. The indeterminacy of male and female liberates their beholders’ imagination, hinting at a less conformist, freer and more plural reality.

Petra Feriancová
Vertebra, 2022

Tubi industriali di metallo, cavi di acciaio, dimensioni variabili / Industrial metal piping, steel cables, dimensions variable. 

L’opera è stata realizzata nell’ambito del progetto Isolitudine a ZACentrale, Palermo, prodotto dalla Fondazione Merz di Torino / Created as part of Fondazione Merz’s project Isolitudine at ZACentrale, Palermo.

[IT]

L’installazione ideata dall’artista Petra Feriancová per lo spazio di ZACentrale ai Cantieri Culturali alla Zisa di Palermo vuole essere una riflessione sul rapporto tra Uomo e Natura, sul luogo espositivo e sul tema del museo come piattaforma ideale per mettere in discussione una data rappresentazione di uno spazio mentale o di un mondo parallelo che presenta sempre un’osservazione parziale data dai limiti della nostra percezione. Secondo la visione di Feriancová, “il concetto di Natura è un’invenzione umana, un’idea greca che poi diventa un pensiero occidentale, antropocentrico”. Un ragionamento che vede, in particolare, il museo naturalistico come strumento di manipolazione che celebra il dominio dell’Uomo sulla Natura. Molte raccolte di storia naturale in Europa, come ad esempio il Natural History Museum di Londra, sono state formate nel periodo colonialista attraverso l’esplorazione naturalistica di nuovi territori. I primi esemplari esposti nei musei naturalistici d’Occidente venivano spesso spediti a bordo di navi di schiavi e missioni commerciali e utilizzati, nel corso del XIX secolo, per mostrare la potenza dell’Imperialismo capace di assoggettare altri paesi, considerati subalterni e visti come luoghi da sfruttare. I musei naturalistici diventano un emblema del potere dove le collezioni servivano non solo per lo studio e la diffusione della scienza ma anche come espressione di identità nazionali in via di definizione, per esibire reperti come trofei, ricchezze e curiosità portate da luoghi lontani. Così l’artista ha concepito Vertebra, la ricostruzione ideale dello scheletro di una balena, realizzato con tubi industriali in ferro. Feriancová ha sapientemente riadattato la sua installazione Vertebra, originariamente esposta nel grande spazio chiuso di ZACentrale a Palermo (che all’inizio del Novecento è stato il sito delle Officine Ducrot e, successivamente, negli anni Trenta, il mobilificio fu convertito per la produzione di aerei), per il contesto aperto e naturale della vigna di Planeta a Buonivini. Mentre negli ambienti museali lo scheletro si presentava come una reliquia immortalata, un oggetto fermo e non decomponibile, nella vigna l’opera assume una dimensione più dinamica e organica. Immersa nel paesaggio vitivinicolo, Vertebra dialoga con il ciclo vitale della natura, evocando la trasformazione continua e la connessione tra morte e rinascita. In questo nuovo scenario, nonostante le sue dimensioni notevoli, l’installazione diventa un elemento integrato nel contesto naturale, sottolineando l’idea che la natura stessa è un grande ossario, dove ogni vita lascia una traccia che contribuisce all’eterna trasformazione dell’ambiente. La vigna, con le sue stagioni e il suo ciclo vitale, amplifica il concetto di Feriancová dello scheletro come reliquia, offrendo una riflessione profonda sulla caducità e sull’immortalità.

[EN]

This installation, conceived by artist Petra Feriancová for the ZACentrale exhibition space at the Cantieri Culturali alla Zisa in Palermo, is intended as a reflection on the relationship between Humanity and Nature, on the exhibition site and on the theme of the museum as ideal platform for questioning any given reconstruction of a mental space or parallel world, which will always present a partial observation conditioned by our limited perceptions. In Feriancová’s view, ‘The concept of Nature is a human invention, a Greek idea that has since become a Western, anthropocentric notion.’ This reasoning particularly casts natural history museums as manipulative instruments that celebrate Humanity’s domination of Nature. Many such collections in Europe, such as the Natural History Museum in London, were formed during the colonial era through naturalists’ exploration of new territories. Western natural history museums’ first exhibits had often been transported by slave ships or trade missions and were used throughout the nineteenth century to demonstrate imperialist powers’ ability to subjugate other nations, which were considered inferior and ripe for exploitation. Natural history museums became emblems of power: their collections facilitated not only study and the dissemination of scientific thought but also the expression of national identities still under construction. Exhibits became trophies, riches and curiosities conveyed from distant lands. The artist has conceived Vertebra correspondingly: the idealised reconstruction of a whale skeleton rendered in industrial iron piping. Feriancová has deftly adapted her installation to the natural outdoor context of Planeta’s Buonivini vineyard, the work having originally been exhibited in the large indoor space of Palermo’s ZACentrale. The latter, at the turn of the century, was the site of the Ducrot furniture factory before its repurposing as a centre of aircraft production in the 1930s. While in museum settings skeletons have typically been presented as timeless relics – as constant and imperishable objects – in the vineyard the work assumes a more dynamic and organic character. Immersed in the viticultural landscape, Vertebra engages with natural cycles, evoking both continuous transformation and the mutual association of death and rebirth. In this new context, despite the installation’s imposing dimensions, it integrates itself into its agrarian surrounds, conveying an impression of nature itself as a great ossuary whose every life’s imprint contributes to the eternal transformations of its environment. The vineyard, with its seasons and its periodic cycle, amplifies Feriancová’s concept of the skeleton as relic, offering a resonant meditation on transience and immortality.

Vanessa Beecroft
Untitled (Oval), 2018

Gesso/Plaster 490 × 990 cm.
Courtesy l’artista, Opera in comodato / Work on loan.

[IT]

Untitled (Oval) è una monumentale installazione in gesso realizzata da Vanessa Beecroft nel 2018 insieme ai ragazzi ospiti della comunità di San Patrignano (Rimini). Il processo creativo ha previsto la presa di calchi in creta dai loro corpi, su cui poi è stato colato il gesso, restituendo così un’impronta viva, collettiva e tattile. L’opera assume la forma di un grande ovale, che evoca sia un mosaico bizantino che una scena di deposizione, fondendo spiritualità e memoria corporea. Nel gesto di adagiare i corpi sull’argilla, Beecroft richiama l’estetica sacra dell’arte cristiana, reinterpretandola in chiave contemporanea e sociale. Alcune catene incorporate nella superficie in gesso rimandano alla storia controversa di San Patrignano: l’artista le ha volute come segni da esorcizzare, trasformandole in simboli di liberazione e testimonianza. Le impronte di corpi, oggetti e gesti si offrono come tracce di presenza, fragilità e resilienza. Vanessa Beecroft, nota per le sue performance visive in cui corpi femminili diventano elementi pittorici e scultorei viventi, qui lavora con l’assenza e la materia, traducendo il corpo in impronta, in segno. L’opera, installata all’aperto nella tenuta Planeta di Buonivini, si integra con il paesaggio e lo trasforma in uno spazio di riflessione silenziosa e collettiva. Questo comodato suggella una lunga storia di amicizia e collaborazione tra la famiglia Planeta e Vanessa Beecroft, iniziata molti anni fa a Vittoria grazie alla comune amicizia con l’architetto Maria Giuseppina Grasso Cannizzo, autrice del progetto per la Cantina Invisibile. Un legame proseguito con il supporto alla creazione dei primi calchi in gesso dell’artista per VB62 allo Spasimo di Palermo nel 2008, e rinnovato con VB94 nel 2022 presso la Galleria Regionale della Sicilia – Palazzo Abatellis.

[EN]

Untitled (Oval) is a monumental plaster installation created by Vanessa Beecroft in 2018 in collaboration with young residents of Rimini’s San Patrignano rehabilitation community. The installation’s creative process involved the impressing of participants’ bodies into wet clay, over which plaster was then poured, preserving a vivid and tactile collective imprint. The work takes the form of a large oval, evoking the iconography of both Byzantine mosaics and Catholic deposition scenes, merging spirituality with corporeal memory. By gently easing her collaborators’ bodies into the clay, Beecroft echoes the sacral aesthetic of Christian art, which she reinterprets through a contemporary and socially-engaged lens. In an allusion to San Patrignano’s contentious past, the artist has imprinted chains into the plaster surface: expressly standing as stains to be exorcised, they transform into symbols of liberation and the bearing of witness. The impressions of bodies, objects and gestures remain as traces of human presence, fragility and resilience. Vanessa Beecroft, known for visually-charged performances in which women’s bodies become living pictorial and sculptural elements, here works with absence and matter, translating the body into imprint, into inscribed mark. Installed outdoors at Planeta’s Buonivini estate, the work merges with the landscape, transforming it into a space for silent and collective reflection. This loan cements a long history of friendship and collaboration between the Planeta family and Vanessa Beecroft, which began years ago in Vittoria, Sicily, through their mutual friendship with architect Maria Giuseppina Grasso Cannizzo, designer of Planeta’s Cantina Invisibile. This bond has also been borne out in Planeta’s support for two of the artist’s intervening projects: 2008’s VB62 at Santa Maria dello Spasimo, Palermo, the first of the artist’s works to incorporate plaster casts; and, in 2022, VB94 at the Palazzo Abatellis Regional Gallery of Sicily.

Pietro Ruffo,
Untitled, 2017

Biro, carta millimetrata, tela / ball-point pen, graph paper, canvas, 112 x 182 cm (con cornice / framed 120 x 192 cm).

 

[IT]

L’opera di Pietro Ruffo, realizzata durante la residenza nomade Viaggio in Sicilia #7 (2016-2017) rappresenta una mappa dell’Isola disegnata a penna biro su alcuni fogli di carta millimetrata poi intelaiata, scelta che evidenzia la precisione e la meticolosità del lavoro dell’artista e la sua cultura di architetto. Intorno alla pianta, Ruffo ha inserito figure animali e umane che rappresentano le diverse specie, popolazioni e culture che, nel corso dei secoli, si sono estinte oppure fuse e sovrapposte, plasmando la Sicilia nella civiltà contemporanea. Dai Greci ai Romani, dagli Arabi ai Normanni, alcuni dettagli testimoniano l’influenza delle varie dominazioni e migrazioni che hanno arricchito il patrimonio culturale dell’Isola. Le figure, con i loro costumi, simboli e caratteristiche distintive, narrano una storia di continua trasformazione e integrazione. Quest’opera non è solo una rappresentazione geografica, ma un viaggio visivo attraverso il tempo, che celebra la diversità e la resilienza della Sicilia, evidenziando come passato e presente si intreccino per formare un’identità unica e complessa. Il lavoro di Pietro Ruffo è simile a quello del ricercatore impegnato, che studia e analizza gli argomenti che sente più urgenti, ma, invece di scrivere, prende appunti visivi che diventano opere d’arte su carta, ceramica, stoffa e tanti altri materiali con i quali l’artista sperimenta le sue idee. L’artista spesso lavora in serie, sviluppando un tema e tutte le sue diverse declinazioni, come le opere dedicate al concetto universale di libertà: dagli, Atlanti, realizzati utilizzando mappe della fine dell’Ottocento, periodo di scoperte etnografiche; a Arab Spring, rielaborando le parole diffuse dai social network durante la Rivoluzione dei Gelsomini.

[EN]

Pietro Ruffo’s work, created during his participation in the nomadic residency Viaggio in Sicilia #7 (2016–2017), reproduces a map of Sicily in ball-point pen across several sheets of graph paper. The subsequent decision to frame the work serves to highlight the precision and meticulousness of the artist’s practice, reflecting his personal culture as an architect. Ruffo has distributed animal and human figures across the map, representing the different resident species, populations and cultures that, over the centuries, have either perished or combined and overlapped, moulding contemporary Sicily. From the Greeks to the Romans, from the Arabs to the Normans: each of various dominations and migrations has left an influence apparent in certain details, enriching the island’s cultural heritage. The map’s figures, with their distinctive costumes, characteristics and accompanying symbols, tell a story of continuous transformation and integration. This work is not just a geographical account but a visual journey through time that celebrates Sicily’s diversity and resilience, illuminating the threading of past and present into a unique and complex identity. Pietro Ruffo’s work resembles that of an assiduous researcher in that he studies and analyses the topics that seem to him most urgent; rather than writing, however, he takes visual notes that become artworks on paper, ceramics, fabric and the many other materials on which he elaborates his ideas. The artist often proceeds in series, developing a theme in all its diverse declinations, such as his works dedicated to the universal concept of freedom: from the Atlanti (Atlases), derived from maps dating to the late-nineteenth-century, that period of ethnographic discovery; to the Arab Spring series, which reworks the words that circulated across social networks during the Jasmine Revolution.

Giuseppe Buzzotta
Untitled, 2017

China su carta / ink on paper, 200 x 140 cm.

 

[IT]

L’opera di Giuseppe Buzzotta è stata acquisita in occasione della prima edizione del festival di arte e musica, Planeta Sessions – Moon, dedicato alla Luna, all’interno del progetto espositivo, Lontanissima Luna, realizzato a Buonivini nel 2021. Il titolo del progetto fa riferimento all’ultimo verso di una poesia inedita del barone Lucio Piccolo di Calanovella, poeta “lunare” siciliano che ha raccontato anche “L’esequie della luna” (1967), sulla scia di Giacomo Leopardi: una favola poetica in bilico tra prosa e teatro che intreccia storia, sogni e visioni intorno ad un’immaginaria e fantastica caduta della luna dal cielo, opera che si interroga sulla “deflagrazione del mito lunare e sulla posizione dell’arte nel rapporto fra umano ed extraumano” . Giuseppe Buzzotta è un pittore che lavora spesso sul tema della luna, come in questo mandala a china su carta, realizzato dipingendo con il grande foglio disteso a terra. I suoi lavori sono sempre astratti ma evocano forme riconoscibili, ragionano spesso sull’interdipendenza tra le varie forze e campi energetici presenti in natura e lo sviluppo della vita e delle forme. La Luna, la cui forza di gravità influenza le maree, diventa un simbolo centrale nelle sue opere, in un continuo dialogo tra gli elementi cosmici e la Terra. Buzzotta esplora come queste forze invisibili modellano la realtà visibile, creando un equilibrio dinamico che è alla base della crescita e del cambiamento. Le sue opere invitano gli osservatori a riflettere sulla connessione profonda e spesso trascurata tra il microcosmo e il macrocosmo, tra il quotidiano e l’eterno. Attraverso la delicatezza della china e la complessità dei suoi mandala, Buzzotta crea un linguaggio visivo che trascende il tempo e lo spazio, proponendo una visione olistica dell’universo in cui ogni elemento è interconnesso e fondamentale per l’armonia complessiva.

[EN]

Giuseppe Buzzotta’s untitled work was acquired in 2021 during the first edition of the lunar-themed art and music festival Planeta Sessions: Moon, having featured in the accompanying Buonivini exhibition Lontanissima Luna (Most Distant Moon). The project’s title refers to the final line of an unpublished poem by Baron Lucio Piccolo di Calanovella, the Sicilian ‘lunar’ poet whose ‘L’esequie della luna’ (1967) drew inspiration from Giacomo Leopardi: a poetic fable bridging prose and theatre that weaves history, dreams and visions into a fantastical fall of the moon from the sky, a work that questions the ‘combustion of the lunar myth and art’s position within humanity’s relationship with the extra-human’. The painter Giuseppe Buzzotta often treats lunar themes, as exemplified by this large ink-on-paper mandala, which throughout the painting process was laid flat on the ground. Though always abstract, his works evoke recognisable forms, often reckoning with the interdependence between, firstly, nature’s various forces and energy fields and, secondly, the development of life and physical forms. The Moon, whose gravitational force influences the tides, is one of his works’ central symbols, maintaining a continuous dialogue between cosmic elements and the Earth. Buzzotta explores how these invisible forces shape visible reality, striking a dynamic balance that underpins growth and change. His works invite viewers to reflect on the profound and easily-overlooked connection between microcosm and macrocosm, between the everyday and the eternal. Through the delicacy of ink and the complexity of his mandalas, Buzzotta creates a visual language that transcends time and space, outlining a holistic vision of the universe. In it, all elements are interconnected and all are fundamental to the harmony of the whole.

Monira Al Qadiri
The Soul of the Sun in the Body of the Moon, 2026

Acciaio inossidabile, vernice automobilistica / Stainless steel, automotive pain, 151 × 123 cm

[IT]

Il poeta arabo-siciliano Ibn Ḥamdīs al-Ṣiqillī nacque nei pressi di Noto, nella Sicilia meridionale. Dopo la conquista normanna dell’isola, fu costretto a fuggire prima in Nord Africa e poi in Andalusia, dove compose lunghi trattati poetici in cui rievocava con nostalgia la Sicilia fino alla sua morte in esilio. Uno dei suoi dīwān è dedicato al tema del vino a Noto — un soggetto inusuale per un poeta arabo musulmano, poiché l’Islam proibisce il consumo di alcol. Eppure Ibn Ḥamdīs descrive il bere in compagnia con un linguaggio straordinariamente ricco e gioioso. In uno di questi componimenti, l’esperienza del vino è paragonata al bere “l’anima del sole nel corpo della luna”. L’opera inscrive quel verso in arabo sulla parete, evocando una poesia smarrita nella storia e oscurata dagli stereotipi legati a determinate religioni e culture.

[EN]

The Sicilian Arab poet Ibn Ḥamdīs al-Ṣiqillī was born in the Noto area of southern Sicily. After the Norman conquest of the island, he fled to North Africa and then to Andalusia, where he remained until his death, writing long poetic evocations of his fond memories of Sicily. One of these poetic dīwāns was dedicated to the theme of wine-drinking in Noto. Though the subject is unusual for a Muslim Arab poet, given Islamic scripture’s proscription on the consumption of alcohol, Ibn Ḥamdīs nonetheless turned highly colourful and joyous language to his descriptions of imbibing wine with his companions. One such poem likened the experience of wine-drinking to partaking of ‘the soul of the sun in the body of the moon’. Here the text is transcribed on the wall in Arabic, as if to evoke poetry lost to history and to stereotypes of religion and culture.